La scorsa settimana, sono stato invitato a condurre una pratica di meditazione sulla Consapevolezza attraverso il corpo, un gruppo di una ventina di persone, radunate in riva al mare, impegnate ad ascoltarsi in modo profondo, gentile e compassionevole.
Gli elementi per meditare erano tutti li a disposizione compresi noi stessi “immersi” in Aria, Terra, Fuoco e Acqua, consapevoli di essere in un rapporto di interdipendenza con tutto e tutti e nel principio ermetico del “Come è dentro, così è fuori e come è fuori, così è dentro. Come nel grande, così nel piccolo e come nel piccolo così nel grande”.
La giornata, imperniata sul riconoscimento e gestione stemperante della rabbia, vista come emozione nociva era stata organizzata da Fabrizio Gallieri, amico di lunga data, col quale da oltre venticinque anni condivido un percorso importante di crescita personale attraverso pratiche di consapevolezza psicocorporea derivate dal QiGong, dallo Shiatsu, dallo Yoga, dagli insegnamenti di Lama Alak Tsawa Tulku Rinpoche, monaco buddhista tibetano a dai tantissimi altri insegnamenti dei grandi maestri passati e presenti.
Al termine della pratica meditativa, la condivisione di esperienze e riflessioni ha sollevato in modo importante e curioso il significato di ciò che noi in occidente tendiamo ad attribuire al termine compassione.
La compassione, dal latino “cum patire”, che significa “patire con” o “soffrire con”, etimologicamente sottolinea l’idea di condividere il dolore o la sofferenza altrui, di essere solidali con chi sta attraversando un momento difficile, un forma di partecipazione emotiva e di solidarietà con gli altri, che va oltre la semplice empatia e si traduce in un desiderio di aiutare e di alleviare la sofferenza altrui ed è un concetto che viene interpretato e praticato in modi diversi nelle varie culture e tradizioni spirituali. Nel Buddhismo, la compassione (Karuna) è considerata una delle quattro virtù e consiste nell’empatizzare con il dolore altrui con il desiderio intrinseco di alleviarlo, dove “altrui” sono tutti gli esseri senzienti, con i quali possiamo provare sentimenti di vicinanza, neutri o di avversione.
Nel pensiero occidentale, la compassione è spesso associata alla pietà o alla simpatia e può essere vista come una forma di empatia e di solidarietà, ma nel linguaggio comune dire “Mi fai compassione”, può implicare una sorta di compatimento, ma anche di una certa distanza o superiorità, portando ad attribuire al termine compassione, una accezione negativa. In questo senso, la compassione può essere vista come forma di “guardare dall’alto al basso” o di “avere pena” per qualcuno, piuttosto che come un vero e proprio desiderio di comprendere e alleviare il dolore altrui.
Il termine empatia, che deriva dal greco “empatheia” che significa appunto “sentire dentro” o “sentire con”, ma sempre attraverso il filtro personale della nostra formazione diretta e indiretta (famiglia, esempi comportamentali, media, scuola, ecc…) è stato oggetto di dibattito a concetti emergenti come “exotopia”, che descrivono una forma di comprensione più profonda e non giudicante dell’esperienza altrui. L’exotopia, in particolare, sembra richiamare l’idea di una prospettiva esterna che consente di vedere le cose da un punto di vista differente, senza necessariamente identificarsi con l’esperienza dell’altro.
In questa ottica “exotopica”, il collegamento con concetti come l’equanimità e il non attaccamento del Buddhismo è molto forte, poiché entrambi i principi mirano a coltivare una mente aperta e non giudicante, capace di osservare le cose come sono, senza reagire con attaccamento e avversione. L’exotopia e l’equanimità possono sembrare concetti “distaccati” rispetto alla compassione, che implica un senso profondo di partecipazione e di cura per il benessere altrui. Tuttavia, potremmo anche vedere l’exotopia e l’equanimità come fondamenti per una compassione più profonda e sostenibile, poiché permettono di affrontare il dolore e la sofferenza altrui senza esserne sopraffatti nell’identificarsi eccessivamente con essa.
In questa visione, l’exotopia, l’equanimità e il non attaccamento potrebbero essere viste come precondizioni per una compassione più efficace e duratura, strumenti per prevenire il burnout da compassione, che può verificarsi quando si è troppo identificati con il dolore altrui e non si riesce a mantenere una sana distanza ed equilibrata emotività.
La compassione, filtrata da questi concetti, può risultare più sostenibile e duratura, che non solo aiuta gli altri, ma anche se stessi a mantenere l’equilibrio emotivo e la lucidità mentale.
Risulta molto interessante notare come il linguaggio e il contesto culturale, possano influenzare il significato e la connotazione delle parole!
È possibile quindi coltivare la compassione?
Intendo rispondere a questa domanda attraverso le parole di Eve Ekman, estrapolate liberamente ed interamente dal contenuto di una sua email. Eve Ekman è insegnate di base di CEB – Cultivating Emotional Balance e scienziato sociale contemplativo che progetta, fornisce e valuta strumenti per supportare la consapevolezza emotiva nei settori dell’assistenza sanitaria, del benessere e della tecnologia. Eve, attinge da abilità interdisciplinari e conoscenze esperienziali in prima persona dal lavoro sociale clinico, dalla medicina integrativa e dalla scienza contemplativa e dalla meditazione.
Coltivare la compassione
(di Eve Ekman)
“Capire la sofferenza di qualcuno è il regalo più bello che puoi fare a un’altra persona. La comprensione è l’altro nome dell’amore. Se non capisci, non puoi amare”
Thich Nhat Hanh
“La compassione non è qualcosa che dobbiamo forzare o capire: è qualcosa che possiamo coltivare con delicatezza. Cosa effettivamente favorisce il sorgere e il mantenimento della compassione, soprattutto in un mondo che può sembrare opprimente? Traendo spunto dal modello di compassione enattiva di Roshi Joan Halifax e dalle tradizioni contemplative, riflettiamo su quattro pilastri fondamentali: attenzione, emozioni, intenzione e coinvolgimento incarnato.
(mia nota personale: per “enattivo” si intende lo sperimentare il mondo in cui gli esseri viventi interagiscono con l’ambiente e creano significato attraverso l’azione e l’esperienza personale, filtrata dalle nostre esperienze, percezioni e azioni precedenti, ponendo l’accento sull’incarnazione o “embodiment”, ovvero l’idea che le nostra esperienza del mondo sono profondamente radicate nel nostro corpo e nel contesto in cui ci troviamo – in pratica ai nostri Territori Interiori).
Tutto inizia con l’attenzione: non solo la capacità di concentrarsi, ma la volontà di vedere veramente la sofferenza, in noi stessi e negli altri. Spesso non è che non ci importi, è che la nostra attenzione è logorata, stanca o distratta altrove.
Riconquistare la nostra capacità di rimanere presenti, senza lasciarci sopraffare o fonderci con il dolore, è il primo atto di compassione. Poi arriva l’affetto: il calore emotivo al centro della compassione. Non è sentimentalismo o sopraffazione, ma una gentilezza costante abbinata all’equanimità: quel profondo equilibrio interiore che ci circonda che tutto è in continuo cambiamento. Questo ci aiuta a rimanere aperti senza esaurirci e a sentire senza annegare. Intenzione e intuizione danno alla nostra compassione direzione e profondità.
Quando nutriamo un sincero desiderio di alleviare la sofferenza, questo pianta semi nel nostro cuore che crescono ogni volta che lo ricordiamo. L’intuizione ci permette di riconoscere non solo ciò che accade in superficie, ma anche i bisogni più nascosti: quelle forme invisibili di sofferenza che altrimenti potrebbero passare inosservate.
Infine, l’incarnazione e il coinvolgimento ci ricordano che la compassione vive nel corpo e si muove nel mondo. Quando riusciamo a percepire le nostre emozioni e sensazioni, siamo più capaci di percepire e rispondere agli altri. E quando la compassione si muove dall’interno verso l’esterno – in azioni, anche piccole – diventa qualcosa di vivo e significativo.
C’è anche una corrente più profonda sotto tutto questo: una compassione spaziosa e sconfinata che non ha bisogno di un obiettivo o di una ragione. A volte ne intravediamo un barlume: quella presenza oceanica che racchiude tutto con amore. È lì. Praticare la compassione, in tutte le sue forme, ci aiuta a ricordare.
Ognuno di noi ha dentro di sé questa capacità: prendersi cura con saggezza, sentire pienamente, agire con gentilezza. E insieme, stiamo imparando a prendercene cura con cura.”
Pratiche meditative per lo sviluppo della Compassione
Nel Buddhismo, Metta o (Maitri) è la pratica meditativa per sviluppare compassione e gentilezza amorevole ed è una pratica che si può fare non solo da seduti, o sdraiati nel letto, ma camminando o svolgendo le diverse attività durante l’intera giornata. In questa pratica si ripete una serie di frasi o mantra che esprimono compassione e gentilezza amorevole per se stessi e per gli altri, come ad esempio:
- “Che io possa essere felice, che io possa essere in salute e libero dalla sofferenza, che io possa sentirmi libero, protetto e al sicuro”.
Una volta rafforzato il concetto su se stessi, va esteso a tutte le altre persone che ci sono vicine e alle quali siamo affezionati, ripetendo mentalmente:
- “Che tu possa essere felice, che tu possa essere in salute e libero dalla sofferenza, che tu possa sentirti libero, protetto e al sicuro”.
Successivamente si rivolge lo stesso pensiero a tutte le persone con le quali abbiamo un rapporto neutrale e avanzando nella pratica, rivolgiamo lo stesso pensiero anche a tutte le persone con le quali abbiamo un rapporto conflittuale. In pratica si rivolge questo pensiero a tutte le persone indistintamente.
- “Che voi possiate essere felici, che voi possiate essere in salute e liberi dalla sofferenza, che voi possiate sentirvi liberi, protetti e al sicuro”.
Per iniziare a sviluppare un pensiero di compassione possiamo pensare alla tenerezza di un neonato che necessita di tutte le nostre attenzioni amorevoli.
“La compassione non è solo un sentimento, ma un atto di volontà, una scelta di comprendere e aiutare gli altri” […] “La vera saggezza consiste nel vedere le cose come sono, senza giudicare, e nell’accettare gli altri come sono, con compassione e amore.”
Roberto Assagioli
Roberto Assagioli (1888/1974), psichiatra e teosofo italiano, padre fondatore della Psicosintesi, ha sviluppato delle pratiche che ha chiamato dell’Immedesimazione o Identificazione e della Comprensione amorevole, consistenti nell’immaginare di essere nella situazione di un’altra persona, di sentire le sue emozioni e pensieri, e di comprendere la sua prospettiva, senza giudizio o critica (in modo equanime), secondo Assagioli, la pratica regolare di queste tecniche, sviluppa una maggiore consapevolezza e compassione che migliora le relazioni con gli altri, migliorando in primis, quella con noi stessi.
Assagioli suggerisce di praticare l’Immedesimazione o identificazione in questo modo:
- Scegli una persona o una situazione che desideri comprendere meglio;
- Immagina di essere nella sua situazione, di sentire le sue emozioni e pensieri;
- Cerca di comprendere la sua prospettiva, senza giudizio o critica;
- Rifletti su come potresti aiutare o sostenere questa persona.
Per la Comprensione amorevole, Assagioli suggerisce:
- Siediti in un luogo tranquillo e rilassati;
- Pensa ad una persona o a te stesso con un atteggiamento di accettazione e comprensione;
- Ripeti frasi come “Comprendo e accetto” o “Sono qui per ascoltare e sostenere”;
- Cerca di sentire un senso di calore e di compassione nel tuo cuore.
Coltivare il seme della compassione è un cerchio che si espande, partendo dal cuore di ciascuno di noi, per abbracciare la nostra cerchia più stretta, e poi gradualmente l’intera umanità, e in fine l’intero pianeta, in un movimento a spirale di amore e comprensione che non conosce confini, riconoscendo la nostra comune appartenenza alla Terra e alla sua bellezza vivente.
Lieta benignità
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